Candido, vergine, soffice mantospesso di notte discendeva lieve
CAPITOLO TERZO
Terminava delle battaglie il tempo
allor che ai banchi ci chiamava scuola;
scuola severa, dura come un campo
la cui semente non si vuol che vola.
Legati al banco su quel calamaio
con i pennini, la carta assorbente,
per mesi tirare aste, ahimè che guaio,
e mai mancava qualche ripetente. (386)
Ogni mattina il grande campanone
quando mancava un quarto ci avvisava,
-Va dritto a scuola oppur chiude il portone!-
e con un bacio mamma salutava.
Era il grembiule, come sempre, nero,
il fiocco bianco come grosso fiore,
i voti incominciavano da zero,
guai a parlare in classe o far rumore,
e quella vecchia maestra signorina
che a chiamarla signora si stizziva,
-Mi dovete chiamare signorina !-
E mente di fanciullo non capiva. (398)
Sai quante volte erano vuoti i banchi
per chi tragitto non aveva breve,
bimbi che di fatica eran già stanchi
frenati dalla pioggia o dalla neve.
La neve, ah! che festa al suo apparire,
prima timida, quasi timorosa,
poi più fitta tanto da ricoprire
col suo ovattato manto su ogni cosa. (406)
Candido, vergine, soffice manto,
spesso di notte discendeva lieve
come a voler che l'effimero incanto
fosse completo, pur essendo breve,
si che al mattino, splendendo ogni sito
al ciel specchiava il suo bianco chiarore,
il mondo a festa sembrava vestito,
più non s'udiva di passi il rumore. (414)
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